Primavera - artwoman
03/04/2008 - IX edizione della mostra Art Woman "Venere vincitrice", art director Marina Pizzarelli, dal 3 aprile al 4 maggio 2008, Castello Carlo V, orari: 16.30 - 20.30, ingresso libero
VENERE VINCITRICE Siamo al nono anno! E dopo tanto impegno ad indagare intorno al contributo femminile nel campo della creatività artistica (circa un centinaio di presenze selezionate nelle varie edizioni di AW), quale comune denominatore è possibile far decantare da questo percorso trasversale tra generazioni, territori, personalità, linguaggi diversi? Forse è possibile, ancora una volta, ragionare sulle differenze: ci sembra che il processo creativo maschile (detentore fino a poco fa del monopolio assoluto nel campo dell’arte) sia piuttosto basato sull’utilizzo di un potere, mentre quello femminile è sfruttamento di un’energia. Ansia, angoscia, rapporto con il corpo, con il peso della tradizione, sono giacimenti di energia che l’uomo tende a rimuovere, mentre per le donne diventano il punto di partenza della ricerca. Le donne muovono dal loro microcosmo, raccontano delle storie, sembrano fondare una nuova narrazione più che una nuova figurazione (anche questo un dato saliente dovuto al grande uso del linguaggio fotografico in tutte le sue manipolazioni). E’ un modo di narrare che ricostruisce ambienti, propone storie intimiste ed evocative, gioca spesso con l’autoritratto (molto presente anche in questa mostra) o il ritratto di altre donne con cui si condividono spazi invisibili dove non passa il soffio della Storia. Quella con la S maiuscola, perché le tante microstorie sono invece il loro patrimonio. L’arte delle donne è così, implode nelle viscere delle emozioni e della vita. Non è fatta di annunci eclatanti, di gesti eroici. Vive di un’energia sotterranea che attraversa tutte le latitudini dall’Occidente all’Oriente fino alle più difficili periferie del pianeta. Fino a conquistare, ormai da un po’, il mondo dell’arte. Ecco perché Venere vincitrice. Il titolo, propiziatorio e augurale, è mutuato da quello di una celeberrima statua marmorea di Antonio Canova che ritrae Paolina Borghese, sorella di Napoleone Bonaparte; scolpita nel 1808, l’opera compie quest’anno il suo secondo centenario, celebrato con una bella mostra nella Galleria Borghese a Roma. Venere-Paolina che ostenta un regale distacco nella sua posa mollemente sdraiata, dopo la vittoria sulle rivali Minerva e Giunone, rappresenta la Bellezza, l’essenza universale della bellezza. Ma anche il mito tipicamente femminile della forza generatrice, che dall’informe, dall’oscuro e da un caotico primigenio tende alla forma perfetta. E’ la Venere “generatrice” e “physizoa” che coincide con la figura della Natura naturans e che in questa interpretazione naturalistico-generativa rimarrà una costante nell’arte del Rinascimento, del Barocco, del Neo-Classicismo, con le ricorrenti immagini di Venere e Proserpina come allegorie della natura e della fertilità. Ma nelle numerose raffigurazioni degli amplessi amorosi di Venere e Marte è anche l’allegoria dell’Amore che vince ogni cosa (omnia vincit Amor), anche la guerra – Marte – che davanti alla dea depone le armi. Anzi, nel mito, dall’unione di Venere e Marte nasce Armonia: il loro rapporto diventa efficace emblema di quella discordia concors che è definizione propria dell’armonia, in quanto amicizia/amore tra i contrari. Non è improprio il traslato, nella difficile storia di oggi, alla ricerca del dialogo tra realtà sociali, politiche, religiose, culturali, etniche, che sembra essere più proprio della donna, meno propensa dell’uomo a risolvere i contrasti con la guerra. E’ la strategia di Venere vincitrice. Bellezza, forza generatrice dell’amore, ricerca dell’armonia sono riconosciute sin dall’antichità alla donna, eppure, va detto, il silenzio delle donne è antico, profondo, tenace. Esso è stato particolarmente pesante nella sfera politica che fu a lungo, insieme al diritto, il luogo della massima esclusione femminile. Ed è solo del secolo scorso la battaglia delle donne per ottenere l’accesso alla politica e per la sua ridefinizione, ponendo al centro il nesso tra lotta per l’eguaglianza e rivendicazione della differenza, e trovando così parole nuove per dare forma all’antico silenzio. Le donne di oggi, le giovani artiste di oggi, come le tredici presenti in questa mostra, sono ormai lontane da quel clima e da quella necessità rivendicativa. Lo abbiamo sottolineato sin dalla prima edizione di AW, Amabili veleni, in cui si evidenziava il superamento delle tematiche strettamente “femministe” a favore di un’esaltante e mai sopita ricerca di sé nel più ampio palcoscenico del mondo, che è anche il filo conduttore che collega le esperienze delle artiste invitate quest’anno, pur nelle differenze di personalità, esperienze, linguaggi, provenienza geografica. Molte usano se stesse per interpretare un ventaglio di ipotesi sulle situazioni esistenziali della donna, sulla memoria, sull’eros e il mito – da Silvia De Gennaro a Fosca, da Elisa Laraia e Magda Milano a Kimiko Yoshida alla performer Sandra Miranda – diventando di volta in volta autrici e modelle di scene teatralizzanti ed evocative, di alter ego letterari e/o infantili. Altrove immagini di donne o frammenti di corpi femminili diventano emblematici di una condizione personale o emotiva che tuttavia assurge a valenza universale (Emanuela Bartolotti, Gabriella Moravetz, Roberta Fanti, Daniela Papadia), fino a Francesca Stramaglia, che cita una donna celebre, Paolina Borghese, la Venere vincitrice, per una irriverente e scanzonata rivisitazione pop. E c’è infine chi esplora le realtà multirazziali e multiculturali del nostro tempo, come la peruviana Grimanesa Amoros, mentre negli spazi austeri del castello cinquecentesco si rincorrono le sonorità cromatiche dei “Light zapping” di Margherita Levo Rosenberg. Tredici donne nell’arte proposte da una giovane e audace artista curatrice e gallerista leccese, Dores Sacquegna, titolare di una altrettanto giovane e audace galleria d’arte contemporanea, Primo Piano LivinGallery, fondata nel 2004 nella difficile piazza di Lecce e già importante realtà nel campo della ricerca più nuova e sperimentale. Si è voluto così ritornare alla formula già felicemente provata nell’edizione del 2003 di AW, L’orecchio di Venere, con il coinvolgimento, in quel caso, di una gallerista “storica”, la barese Marilena Bonomo: evidenziare, cioè, un completo percorso al femminile all’interno del progetto, dalla volontà politica promotrice – l’assessore alla Cultura on. Adriana Poli Bortone – alla mente ideatrice, alla cura critica, al ruolo propositivo della gallerista, fino alle artiste, le cui opere sono tangibile testimonianza di quel percorso. MARINA PIZZARELLI
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